
A volte penso alle cose felici ma recentemente malinconiche come la persona che fu della mia vita, al cane nero che scodinzola da metà torace, a Rama che c’è sempre la mattina a starnutirmi addosso e puntarmi gli occhi come due chiodi al muro dalla fame. Poi mi si gonfiano gli occhi come il canotto che usavo con i miei cugini al lago e bisogna che pensi al parchimetro di corso San Maurizio dove la mattina guardo sempre l’ora dal led che quando c’è il sole non si vede mica un cazzo, dove sopra ci trovo degli oggetti improbabili che per me son certo dei messaggi in codice. C’ho già visto un paio di scarpe color senape e ieri due budini alla vaniglia con il caramello (che onestamente io il caramello al budino non ce lo metterei mai). A volte penso alle cose nuove, come le persone conosciute da poco (che lo so che se sono persone non sono cose ma era per capirsi) e posso sentirmi spaesata come una forchetta in un cassetto senza portaposate. A volte poi non penso a niente. E va bene così.
Sentirsi persi è una brutta cosa, soprattutto perché ti può capitare anche in casa e, a meno che non ti abbiano traslocato bendato da una casa all’altra (peraltro di ampia metratura perché tu proprio non ti ci raccapezzi), più che uno disorientamento spaziale è uno stato d’animo. Sentirsi persi è lo scarto che sta tra il perdersi geografico e il non sapere dove sbattere la testa, è ciò che ti fa tirare avanti senza sapere dove andare, è il navigatore della macchina rotto senza manco averci la macchina così se piove ti pigli pure l’acqua perché non puoi chiuderti al seduto da nessuna parte.
[Foto di Ryan McGinley]
Ogni giorno penso a un’espressione diversa da scrivere. Non è del tutto vero perché ci sono giorni in cui penso alle stesse frasi e giorni in cui non penso a nessuna.
Prendere in mano la propria vita.
Fisicamente non è possibile prendere in mano la propria vita, si può fare con quella di un’altro; per esempio, se intendiamo vita come quel cerchio immaginario che va da un’anca all’altra e poi ci ritorna, possiamo cingere la vita di una persona ma con entrambe le mani o, al massimo, nel caso di vita stretta o braccio lungo (o entrambi) farlo con il braccio ma sarebbe un altro modo di dire.
Quando vita è sinonimo di esistenza, possiamo tenere in mano quella di un altro nel caso, per esempio, venga cremato e le ceneri siano racchiuse da qualche parte e questo qualche parte entri in una mano sola.
La vita può essere piccola come un sacchetto della cacca del cane prima di buttarlo nel cestino o così grande che non è posibile contenerla nelle mani, né altrove. Ci prendiamo l’acqua con le mani a coppa, ci affondiamo le tasche dei pantaloni, ci bruciamo con le tazze da tè anche se hanno il manico uno le abbraccia come a cingere il corpo di quel qualcun altro. Ma a prenderla con le mani la vita, a volte non ci sta.
[Foto di Ryan McGinley]
Oggi mi è venuta in mente un’altra espressione o modo di dire o frase fatta che sia, quelle cose che uno straniero bisogna impari o la lingua non la sa veramente parlare (curioso che la lingua oltre che a essere in bocca, si possa anche parlare). Fare acqua da tutte le parti è una funzione del corpo, fai acqua quando pisci piangi sudi e anche altre cose più intime, ma non è il caso di andare oltre. Non è qualcosa solo dentro di te, fare acqua, ma anche fuori. Fai acqua quando piove quando ti sputano quando bevi (questa è una via di mezzo nel fare acqua, perché qualcosa fuori diventa dentro), quando stai affogando e se poi affoghi è anche l’ultima cosa che fai.
[Foto di Ryan McGinley]
Sono giorni, in mesi diversi, che penso a un’espressione (o mi viene in mente, è inddifferente). Un tuffo al cuore. E m’immagino piscine olimpioniche e cuffiette di silicone che rendono brutta anche la persona più bella perché tirano il viso, i capelli, gli occhi tutti. Come un sasso buttato in acqua, come la mano affonda in un calzino quando Hélène mi spiega i calzini come li piegava sua madre quando lei era piccola. Me lo immagino così un tuffo al cuore, come qualcosa che affonda e fatica a riemergere, che scende più veloce di quanto riesca a risalire, anche se forse per qualche legge della fisica non è possibile.
[Foto di Ryan McGinley]
Oggi in libreria sono tornata ieri dalle vacanze al mare con Rama più stanca di quando siamo partite ha dormito tutta la mattina. Oggi in libreria una signora si stava arrabbiando per un libro ordinato che non arrivata con il corriere che doveva arrivare ieri ma insomma mi ha detto se non ieri stamani e stamani non c’è ma insomma. Devo ammettere di essere stata gentile e di aver dimostrato discrete doti di problem solving, il libro è arrivato dopo meno di due ore e una telefonata. Ma non è questo che voglio raccontare. Oggi in libreria è passato prima il signore rumeno che poi ho riconosciuto essere quello con la canna da pesca che pescava lungo il Po e gli ho dato 40 centesimi dalla cassa che non è molto. Dopo il signore rumeno che è sempre molto discreto e silenzioso nei modi e che una volta ho visto chiaramente passare davanti alla porta, oltre, facendo una smorfia di dolore forse per una gamba e ho pensato poveraccio, è passata una signora zingara. Devo averci qualcosa, oltre la fessaggine, perché mi ha fatto tutto un discorso convincente - ha dimostrato delle ottime capacità persuasive - sul fatto che i soldi non sono importanti, noi non siamo i soldi, e la solita ricetta medica, sì del 2002 però, per non so cosa per il bambino che è nato con i piedi storti (ma mi pare d’aver letto “talco mentolato” sopra) e io avevo tanto l’aria stanca e vuoi che dica una preghiera per te? Perché l’importante non sono i soldi, guarda dammi un pezzo di carta e io straaap dal quadernino e nel pezzo di carta ci ha messo la radice di non so cosa di Medjugorje e mi ha fatto ripetere insieme a lei con la mano aperta una preghierina che aveva Gesù nel mezzo e altre cose per quanto banali sensate, tipo lo stare bene che si vede che hai l’aria stanca e sei infelice ma i soldi arriveranno (ma non erano importanti?) e anche il lavoro e anche la salute per te e i tuoi cari e fai tre nodi a questo filo e dì ad alta voce la tua preghiera e allora io ho detto che volevo un lavoro che mi piacesse, che volevo che tutti quelli a cui voglio bene stessero bene e pure io e già avevo le lacrime agli occhi da quando mi aveva detto che era stanca e che non voleva i miei soldi perché io sarò stata anche stanca ma ho un cuore grande e mi ha detto guarda che nella vita tutto è possibile e ci mancava pure che piangessi alla preghierina. Alla fine ha spezzato il filo e l’ha arrotolato tutto, dopo aver provato a vendermi due cestini e un bonsaik (cit.) fatto di qualcosa che s’intreccia con qualcos’altro, mi ha detto se il filo non ha più nodi io (o il santissimo Gesù, non ricordo) posso risolvere i tuoi problemi, altrimenti la gente ti vuole male. A quel punto, sudata fradicia tenevo da una parte il cellulare sott’occhio, dall’altra praticamente piangevo che mi ci mancava anche il filo della sfortuna tutta la vita, ti rendo i soldi se il filo è rimasto com’era perché non posso fare niente per te. Stavo crollando. Ho aperto la mano e il filo non solo non era più spezzato ma non aveva neanche i nodi, è impossibile le ho detto, tieni pure i soldi ma è impossibile che una cosa rotta in due torni insieme, penso tu abbia cambiato il filo. Niente è impossibile nella vita, dice lei convinta. E io prendo il libro di Fred Vargas e le dico, se spezzo la copertina in due non c’è verso che torni come prima. Le ho lasciato i soldi e se n’è andata. Ho aperto il foglio per vedere questa radice della Madonna, è proprio il caso di dirlo, ed era un pezzo di ghianda. Ho richiuso tutto e l’ho messo in borsa.